CAPITOLO 7 – LA PROVA

Due mesi erano passati dacchè il vecchio era tornato in città. Non si era più visto e si avevano  solo notizie sporadiche. Intanto Matis insegnava a Sol a suonare l’ arpa e quel ritmo che avrebbe dovuto uccidere gli uomini del re.

La comunità degli straccioni a Sol piaceva molto. Lavoravano di continuo e nessuno si lamentava, una cosa che avevano in comune con i cavatori di pietra che lo avevano cresciuto, la differenza era che gli straccioni lavoravano solo per loro e non per altri. C’ era commercio tra le isole del deserto e circolavano le merci più disparate. Quasi tutto era barattato ed a volte concesso semplicemente perchè chi lo chiedeva ne aveva bisogno, basandosi sull’ accordo che quest’ ultimo avrebbe restituito il favore appena possibile. Era un popolo in guerra e per questo curava molto la propria pace quotidiana.

Ogni giorno , oltre al lavoro, ci si allenava. Ci si allenava in prove di forza o al combattimento, corpo a corpo o con le lame o armi da tiro e da lancio, proprio come fa un esercito che però era composto da tutta la popolazione; spesso i bambini erano più bravi e più spietati dei grandi. Si studiava, anche: filosofia, storia, musica e la religione aveva un ruolo importante, sebbene non ci fossero sacerdoti di mestiere. Tutti cercavano di contribuire e chi non faceva del suo meglio veniva redarguito.

La vita era dura e così la gente che vedeva tutti i giorni, anche se scherzavano spesso e non mancavano di festeggiare ad ogni occasione: si facevano feste in cui era uso mangiare, bere e competere nella lotta. Un giorno, appunto, durante una di queste feste, Sol stava affrontando il suo terzo avversario, quando proprio nel bel mezzo della lotta la gente ammutolì e tutti si misero ad ascoltare il vento. Il suono lontano di un’ arpa a bocca faceva vibrare l’ aria: il vecchio era tornato. Non era solo.

Le vedette arrivarono e fecero andar via la gente che si rifugiò in casa, ma trattennero Sol dicendo: “no, è per te, tu stai qua”. Dal bosco il vecchio arrivò suonando l’ arpa e girandosi di frequente, dietro di lui un uomo verde, talmente distrutto dalla malattia da non essere quasi più un uomo. Le membra erano deformate e come in decomposizione, un’ orbita era tumefatta dalle cicatrici verdi. seguiva il vecchio e cercava con le mani di afferrare l’ aria e le note che volavano dal Komus . Quando il vecchio fu a pochi metri da Sol smise di suonare e gli lanciò l’ arpa, poi fuggì in casa.

L’ uomo verde si scosse , sembrò riprendere coscienza, si guardò intorno e vide Sol. Ebbe un moto di rabbia, ringhiò, dette un pugno su una grossa pietra che si spezzò in due, poi si avvicinò a Sol, minaccioso. Sol si mise in guardia, ma non aveva armi. L’ unica cosa che aveva era il komus . Allora indietreggiò e cominciò a suonare, il ritmo monotono della musica si alzò nell’ aria, il corpo dell’ uomo verde si contrasse ma non si fermò, Sol continuò ad indietreggiare e suonare, suonare ed indietreggiare, inciampò su una pietra e cadde, ma non smise di suonare. L’ uomo verde si fermò, si toccò il ventre , poi iniziò a ringhiare, sbavare, infine vomitò un fiotto di sangue scuro e ancora, ed ancora. Sol continuò a suonare finchè il corpo non fu immobile.

La gente uscì dalle case urlando ed applaudendo, quando il vecchio si avvicinò ridendo, Sol lo colpì con un pugno ben assestato e lo mandò a sedere per terra, ma il vecchio non smise di ridere, si rialzò e lo andò ad abbracciare. “ahahah! finalmente finalmente ! allora ti hanno insegnato bene!” Sol rispose con rabbia “siete impazziti tutti quanti? mi avrebbe ucciso!” Il vecchio rispose “oh, sì, lo sappiamo bene! ma non lo ha fatto e tu hai dimostrato di saper suonare! E’ la prova che ci serviva! ” ma visto che Sol sembrava non essere convinto, il vecchio continuò “non capisco perchè ti arrabbi… se vuoi imparare ad usare l’ arco bisogna che tu usi l’ arco, se vuoi imparare a lottare bisogna che tu lotti, credevi forse di andare in guerra solo carico di belle teorie?” Sol riflettè e pensò che aveva ragione, ma chiese “e se non fossi riuscito?” il vecchio allargò le braccia “bè, forse saremmo usciti e lo avremmo fatto noi. Ora qua! preghiamo, e poi festeggiamo tutta la notte, tra due giorni partiamo per andare in città! tutti insieme!” ed andò a dirigere la preghiera di ringraziamento. Sol rimase un poco dubbioso, prima di iniziare a pregare, pensò “che vuol dire “forse” ? “.

CAPITOLO 6 – IL TEMPIO DEGLI STRACCIONI

il tempio sorgeva sopra un monte in mezzo al deserto. il monte si stagliava in mezzo ad una grande oasi rigogliosa, ma non vi crescevano palme e non c’ era sabbia, era come un’ isola in mezzo al mare. Sull’  isola boschi ed erba lunga , rada tra le rocce che spuntavano. Il vecchio aveva un passo sorprendentemente veloce per l’ età che dimostrava. arrivati al limitare dell’ oasi, emise quattro o cinque note con la sua arpa e poi le ripetè e di nuovo e di nuovo. Dal bosco si udì risposta. presero un sentiero che girava intorno al monte e fatta una curva si trovarono in una grande spianata nel bosco rado che cresceva su quella parte della montagna. c’erano casette di legno grezzo poste in circolo ed in mezzo una costruzione più grande e circolare. C’ erano anche molte persone, uomini e donne, giovani, vecchi e bambini che giocavano, molte più persone di quelle che aveva visto al villaggio. Salutarono il vecchio con un inchino al suo passaggio e lui si fermò a parlare con loro brevemente. Tutti parevano incuriositi dal nuovo venuto e li seguirono mentre entravano nella costruzione circolare.

In mezzo ardeva un fuoco e un pò distaccate dalle pareti delle colonne di legno intagliato dove qualche persona leggeva i simboli che vi erano scritti. Sol le guardò e chiese “che c’è scritto sopra? sono poesie?” il vecchio si sorprese ” sulle colonne sono scritti i versi del nostro oracolo. è il mezzo più semplice per avere risposte dagli spiriti senza cavalcare l’ arpa ed andare a trovarli nel loro mondo. lo usano anche nel monastero in città, ce l’ hanno rubato, se si può rubare una cosa del genere… anzi, dovremo tirare le sorti per te. non affido un canto potente ad una persona che non conosco” Sol chiese ancora “che dei adorate qua?” il vecchio si sedette vicino al fuoco e spiegò “gli spiriti. che poi è come dire che non lo sappiamo. alcuni hanno nomi, ma in generale noi abbiamo rispetto per tutti. sappiamo che negli universi esiste un mistero profondo, che tutto è vivo e che ogni cosa ha uno spirito o se vuoi un meccanismo che la fa funzionare. potresti ben dire che il dio unico è lo spirito del tutto, noi ci accontentiamo di parlare con quelli un pò più vicini a noi, che parlano in modo un pò più comprensibile. ora vieni, prima di darti il canto devo vedere chi sei veramente.” Vide che c’ erano diverse persone che tiravano l’ oracolo, facendo girare come trottole delle assicelle che ricadevano su una faccia o sull’ altra e dai simboli sopra prendevano il responso. Sol si sedette accanto al vecchio e tutte le persone presenti si sedettero e si azzittirono. il vecchio tirò fuori una bottiglia e un involto di pelle, stese l’ involto a terra e ne tirò fuori delle piccole assicelle di legno . versò tre spille di liquido per terra ed una sulle assicelle e disse “una libagione per i morti, una per i vivi, una per gli spiriti, una per l’ oracolo! terra, aria, acqua e fuoco!” alzò le assicelle  al cielo e disse “uno e molti, molti di uno , uno di molti , un detto, una parte, una risposta alla mia domanda, questo chiedo e questo voglio per un antico patto!” cominciò a cantare, come un mugolio, un canto di gola e gli altri presenti lo seguirono , poi gettò le assicelle sulla pelle e tutti ammutolirono di colpo. Le assicelle non erano cadute. se ne stavano lì, ferme in piedi come se fossero piantate nel terreno. la gente mormorava, Sol chiese “è un buon risultato?” il vecchio disse “non è mai successa una cosa del genere. anche tu che non conosci l’ oracolo puoi ben vedere che non è una cosa normale” tutti erano attoniti. il vecchio riprese le assicelle e le gettò di nuovo. di nuovo non caddero. la gente parlava a voce bassa. il vecchio disse “ringraziamo, ringraziamo , uno, due, due, quattro, ringraziamo!”. Alla fine il vecchio tirò un sospiro e disse “sì,ora ti insegnerò il canto. E vedremo quello che succede.  o meglio lo farà qualcuno più adatto. Dovrai restare qua un pò di tempo finchè non lo eseguirai bene. Poi dovrai provarlo, anche, per questo io vado al villaggio e tornerò tra un pò. questa è mia figlia ti insegnerà lei” si fece avanti una bella ragazza dagli occhi grigi e dai capelli lunghi , sorrise e disse “sono Matis. che canto ti devo insegnare?” Sol rispose “io sono Sol. il canto che uccide gli uomini della città” la gente nel tempio ammutolì di colpo e Matis chiese “padre, che sta dicendo?” il vecchio rispose “quello che ha detto. il canto che uccide gli uomini verdi. ” qualcuno dal gruppo disse “allora sarebbe ora di fare festa per l’ occasione!” e il vecchio “tutte le scuse sono buone per fare festa! ma questa volta no, non prima che tutto sia compiuto! mi raccomando, concentratevi e lavorate, avremo da fare. preparatevi a fare le valige perchè dovremo tornare con lui. quando avrà imparato il canto vi spiegherò tutto. adesso vado”.

Matis, il vecchio e Sol uscirono dal tempio, il vecchio si rivolse a Sol e disse: ” vedo che hai molte domande negli occhi. Mia figlia risponderà.” così dicendo si allontanò. Matis lo condusse in una casa al limitare del cerchio, gli fece mettere le sue poche cose in una stanza e poi cominciò ad armeggiare in dispensa per cucinare qualche cosa. Sol la interrogò:

“vivi anche tu qui?” chiese

“questa è casa mia” rispose lei “ma tu puoi restare quanto vuoi” rispose lei mentre tagliava verdure e carne.

“ti ringrazio, tuo marito è al lavoro?” si informò Sol

“non ho marito e prima che ti venga in mente qualche cosa sappi che non siamo solo sciamani e musicisti, siamo anche guerrieri e lottatori, tutti.” lo guardò e lui si sentì un pò più piccolo.

“non ho brutte intenzioni, ti assicuro” disse

“bene, perchè a volte gli stranieri cercano quello che non possono avere, e poi non riescono più a suonare l’ arpa perchè non gli funzionano più le braccia o peggio”

“parlami di quest’ arpa. Ho viaggiato un pò e vedo che non molti popoli la suonano”

“non come noi. comunque un giorno, quando il mondo era ancora giovane, un uomo era andato a caccia di orsi. Ne vide uno nella foresta che si era avvicinato ad un’ albero schiantato da un fulmine. Chissà cosa cercava nonno orso, comunque grattò il tronco con le zampe e da un pezzo di legno schiantato uscì un bel suono. il cacciatore si dimenticò della caccia e il suono gli rimase in testa. ci pensò parecchio e decise di costruire uno strumento. provò con il legno, provò con l’ osso e non funzionavano male, ma poi sua moglie, che era figlia di un fabbro, gli fece costruire un komus di metallo. Da lì è iniziato tutto.”

“komus?”

“è il nome dell’ arpa nella nostra lingua, ma noi non parliamo la nostra lingua al di fuori delle comunità”

“un’ altra cosa. Se questo canto è così importante perchè lo affidate ad uno sconosciuto?”

“E’ semplice: siamo in guerra. Hai visto il deserto ma non hai visto come era prima. prima il deserto non c’ era. il re ha distrutto la foresta ed ha fatto avanzare il deserto, tolto l’ acqua, ucciso molti animali. All’ inizio ha convinto molti di noi a seguirlo con promesse e con i sogni, quando è stato troppo tardi ci siamo opposti ma il suo esercito era troppo forte ed instancabile. Siamo riusciti a confinarli in città , anni fa, ma si stanno riorganizzando. io allora ero piccola ma ho combattuto anche io. così ora noi sopravviviamo nelle isole del deserto, ci travestiamo da mendicanti  ed andiamo in città pochi alla volta per tenerli sott’ occhio. loro non ci fanno entrare, è come se ci fiutassero dal sangue e non è possibile attaccarli dall’ esterno. Così ci serve qualcuno che non abbia il nostro sangue, riesca ad andare all’ interno e ci spiani la strada. Evidentemente mio padre ha visto in te qualche cosa di particolare e l’ oracolo gli da ragione. Se riusciremo ad entrare in città faremo rifiorire il deserto.”

“Allora siamo d’ accordo. Io vado in città per distruggerla”

“ecco perchè mio padre questa volta è così convinto. ma non credo sia un’ impresa facile per un solo uomo”

“tu insegnami quel canto e state pronti. Comunque non so come farete, mi pare che siate in pochi.”

“ah! tu non sai niente di niente! siamo molti invece. ci sono centinaia di isole e sono tutte collegate. a quest’ ora già tutte le comunità sapranno che sei qua. loro si riorganizzano, ma anche noi non smettiamo di addestrarci”

“allora questo canto?”

“domani” disse lei “ora mangia. Gli mise davanti uno stufato di carne e verdure e si sedette a mangiare con lui.

CAPITOLO 5 – IL VILLAGGIO VICINO ALLA PORTA

Girò intorno alle grandi mura e presto sentì odore di fumo e cibo, e confusione di gente. poi apparvero case e piccole strade lastricate di pietre. Questa città ha un’ altra città fuori dalle mura, pensò. c’ erano case e locali aperti, banchi che vendevano verdure , piante, animali vivi o morti, in gabbia o già cucinati. Si fermò ad un banco che vendeva birra e panini con frattaglie, si mise a sedere ed ordinò da bere e da mangiare. Pensò che era meglio mangiare il più possibile quando ne aveva occasione, dato che non sapeva quando avrebbe mangiato di nuovo.

intanto guardava la vita nella strada, c’ era parecchia gente tutta indaffarata a comprare, vendere , barattare. ascoltando sentì uno strano ritmo, un brusio di sottofondo, come se qualcuno stesse suonando la corda di un arco, un arpa o qualcosa di simile, si voltò verso il rumore e vide una specie di mendicante ed intorno a lui dei bambini. tutto il gruppo stava suonando degli strumenti strani, appoggiandoli sulla bocca e pizzicandoli. Si voltò verso il proprietario del banco, un uomo calvo, alto e dalla gran barba, chiese: “che stanno facendo quei bambini?” pulendo un boccale l’ uomo rispose: “suonano l’ arpa a bocca. Non c’è dalle tue parti? se non c’è sei fortunato. qua tutti la sanno suonare e ne hanno una sempre con se, per molte buone ragioni” Sol chiese “dimmene una” l’ uomo si appoggiò al banco , puntò un dito verso un passante e disse “eccone una”. Il passante si comportava in modo strano , aveva delle macchie verdi sulla pelle del viso, un occhio era iniettato di sangue e camminava come se avesse le visioni, i suoi occhi non mettevano a fuoco. parlava con le persone, comprava qualche cosa dai negozianti ma era come se fosse assente. Sol chiese “che cos’ha quel tizio? che malattia è?” il proprietario del banco rispose: “ha quello che hanno tutti gli abitanti della città. il male dei sognatori, lo chiamiamo. dicono che venga dal re in persona. se non ti proteggi diventi come loro. chi abita troppo nella città lo prende. Una notte sogna il re e si sveglia intontito, poi cominciano a spuntare le macchie. ma il peggio non è quello. il peggio è che hanno una forza sovrumana e sono violenti verso quelli che non hanno quel male. Senza ragione , pare, scattano così dal nulla urlando cose incomprensibili su padre Adam e sul dio unico.” e Sol “e le arpe a bocca che c’ entrano?” l’ uomo rispose “ah, sono l’ unica maniera per tenerli a bada. Il suono dell’ arpa a bocca li intontisce. I mendicanti dicono che potrebbe anche ucciderli, ed ogni tanto succede se suonano al ritmo giusto, ma è una cosa di cui non abbiamo bisogno, vengono qua e comprano , non rimangono mai più di un giorno fuori dalle mura e in fondo con un’ arpa a bocca li può tenere a bada anche un bambino.” Sol disse “mi sa che allora avrò bisogno di imparare a suonare, perchè devo andare in città” l’ uomo trasalì “spero che tu non abbia bisogno di rimanerci di notte, davvero. non è per niente un posto sicuro, non per noi e soprattutto per gli stranieri. comunque se hai bisogno di un’ arpa puoi andare dal fabbro.”

finì di mangiare e andò dal fabbro che gli stese davanti quattro o cinque piccoli strumenti. assomigliavano a delle forcelle con una lamella in mezzo, alcune erano di ferro, altre di bronzo o ottone, alcune finemente decorate “ecco straniero” disse il fabbro “un bel ricordo da portarsi a casa; ti piace il bronzo, il rame, l’ ottone o il semplice ferro…” sol disse “a me piacerebbe una che funzioni bene, vorrei anche suonarla” il fabbro ridacchiò poi ne prese una semplice, da sotto il banco “ecco, questa non è bella ma funziona. E’ il modello che diamo ai bambini, sono quelli che ne hanno più bisogno. Sai, quei tizi… quelli verdi insomma… odiano i bambini più di ogni altra cosa.” Sol chiese “perchè mai?” il fabbro alzò le mani “non si sa. si sa solo che i bambini non vengono contagiati. Una volta un gruppo di bimbi è rimasto di notte in città perchè giocando si erano intrufolati ed era venuto buio, quegli stupidi hanno deciso di dormire lì. ti puoi immaginare, le famiglie erano disperate.  Di notte poi abbiamo sentito un grande trambusto in città, ma le porte erano chiuse e non potevamo entrare. il giorno dopo sono tornati e non avevano niente. hanno detto anche che avevano sognato delle cose strane, il re dorato, hanno detto, ma che lo avevano mandato via” Sol era perplesso “lo hanno mandato via? come?” il fabbro rispose “non hanno voluto dire molto perchè erano spaventati, hanno solo detto che avevano risposto no.” poi aggiunse un pò spazientito “io devo tornare al mio lavoro, la vuoi questa arpa a bocca o devo sorbirmi un interrogatorio completo? ” Sol pagò ed andò dal mendicante.

L’ uomo era seduto a terra, stava insegnando ancora ad un gruppo di bambini piccolissimi che ridevano di gusto alle inventive di quel vecchio. Sol si fermò un attimo a guardare e poi richiamò la sua attenzione in modo un pò rude , interrompendo la lezione “vecchio, devo andare in città e ci rimarrò molto, devi insegnarmi a suonare. quanto ti devo pagare?” il vecchio lo guardò ed azzittì i bambini , poi con un cenno della mano li mandò via. Si portò l’ arpa alle labbra e pizzicò un paio di note, poi disse “non vi insegnano l’ educazione nelle miniere di pietra?” Sol fu sorpreso “come lo sai?” chiese. il vecchio disse “basta vedere le tue mani per sapere da dove vieni, perchè io ho viaggiato tanto, con le gambe e con lo spirito. Vedo da dove vieni ma non mi è chiaro dove vai. raccontamelo, questo sarà il mio pagamento.”

Sol si sedette davanti a lui e gli raccontò tutto dall’ inizio. il vecchio ascoltava in silenzio, strofinando ogni tanto tra le dita l’ arpa a bocca. quando Sol disse che era venuto per distruggere la città il vecchio emise un piccolo fischio e disse ” certo hai grandi mire. Ma non lo ripetere qua. la gente del villaggio odia quella della città, ma non può far senza il loro oro. Probabilmente penserebbero ai vaneggiamenti di un pazzo, ma se anche ad uno solo venisse in mente che hai una possibilità, sarebbero poco amichevoli. io ti posso dire che hai una possibilità, una sola. devi uccidere il re e questa è la parte più facile del tuo piano impossibile. non so dirti come, perchè il re è ben guardato dalle guardie, dai nobili e da esseri potenti che lo proteggono. Mettiamo che riuscissi ad uccidere il re, rimarrebbe tutta la gente della città. senza il loro re impazzirebbero e distruggerebbero il villaggio e forse non si fermerebbero a quello. sono ben armati” sol chiese “quindi cosa posso fare? mi hanno detto che conosci una musica che uccide questa gente.” il mendicante rispose “sì, è vero, e i paesani ci proibiscono di suonarla a meno che non ci sia un valido motivo, ma non te la posso insegnare qua, devi venire con me, da noi straccioni” sol disse “ho tempo e gambe per camminare”. Si alzarono e si incamminarono su una stradina, la gente li guardò per un attimo, poi tornò ai suoi affari.

CAPITOLO 4 – UN ESSERE SENZA NOME

Il viandante era impietrito. Quell’ essere ora stava tranquillamente seduto dove prima era la regina e tutto intorno le anime del cimitero urlavano disperate. Un gesto dell’ essere e si azzittirono.

L’ essere sospirò, un sospiro profondo di molte voci, come un accordo stonato. Poi , con una voce che non era ne di maschio ne di femmina, disse “Tu sei Sol lo schiavo. Puoi intuire chi sono. Puoi fare qualsiasi domanda, io ho tutto il tempo, fino dall’ inizio” Sol si sedette a terra. Chiese “sei venuto anche per me?” l’ essere rivolse il viso in alto “Tutti volete sapere la stessa cosa, che egoismo! No, non ancora. Ma sarai causa di molto lavoro per me, tra poco tempo, e forse verrò a prendere anche te prima che tutto questo sia finito.”

Sol si fece coraggio e disse ancora “Sì, egoista, forse banale, ma volevo saperlo perchè devo finire prima la mia missione. Voglio essere ancora più banale: perchè esisti?” l’ essere sorrise e fu un sorriso spaventoso “Perchè non dovrei? Tutto ciò che ha inizio ha fine e io sono la fine. Potete vedere l’ inizio di ogni cosa, sapere spesso quando accade, ma non potete vedere la fine. Voi pensate che il futuro sia avanti ma per voi il futuro è dietro le vostre spalle, il passato sempre di fronte a voi. Voi potete solo camminare all’ indietro , per questo la vostra esistenza è così difficile e misera. Alcune volte riuscite ad avere sprazzi di futuro, alcuni oracoli riescono a darvi una piccola visione, ma fondamentalmente siete ciechi. Io esisto perchè tutto cambia. Sono l’ essenza dell’ impermanenza.”

Sol allora domandò “Impermanenza? perchè esiste l’ impermanenza allora?” l’ essere giocherellò con un fuoco fatuo sopra una tomba vicina “Così è la legge di questi universi. L’ origine nascosta è stabile, tutto il resto è mutevole. Neanche io posso vedere in certi posti, tuttavia so che questo è un sogno. La natura degli universi è un sogno che cambia di continuo, un fulmine tra le nubi, una bolla nell’ acqua di un fiume scrosciante. Nulla è reale. Il vuoto è forma , la forma è vuoto. Accettalo e vivrai bene, non accettarlo e sarai per sempre dannato” Sol allora sospirò perchè la risposta era vaga e confondeva ancora di più le acque. infine disse “Perchè sei qua con me? Cosa vuoi da me?”

L’ essere si rimise a sedere “Ecco l’ unica domanda utile. Sono qui perchè questo è un nodo importante degli eventi e devo dirigerlo nella giusta direzione. Se farai i passi giusti determinerai un cambiamento importante non solo qui ma in tutto l’ universo. Lo saprai e te ne renderai conto, ma quello che devo dirti è molto semplice: sappi che non sei speciale. Io verrò per te come per gli altri e non avrà importanza quando. Non avranno importanze le imprese o le glorie che riuscirai a compiere. Se anche diventassi il dominatore di questo universo, le tue statue cadranno nella polvere e con il tempo nessuno si ricorderà più di te. Conoscevo un re. Aveva compiuto imprese grandiose, dominava il mondo e forse molto di più. Si diceva che nessuno potesse uguagliarlo. Guarda, quella è la sua tomba”

Sol guardò dove indicava quell’ essere. C’ erano i piedi di una grande statua, e il resto accanto, frantumato e distrutto, sul piedistallo era incisa una scritta: “IO SONO IL RE DEI RE, SE QUALCUNO VUOLE SAPERE QUANTO IO SIA GRANDE SUPERI LE MIE IMPRESE, IO SONO” ma il nome era scomparso nella polvere.

CAPITOLO 4 – UNA REGINA SENZA PIU’ REGNO

Era una bella donna di mezza età, con un vestito verde ricamato d’ oro e sedeva sulla lapide come se fosse seduta su un trono.

Lo guardò e disse “sei il primo che vedo uscire dalla tomba del vecchio barone, non puoi averlo ucciso perchè è già morto. Che gli hai fatto?” il viandante rispose “oh, non avrebbe potuto uccidermi, il suo era solo un trucco, è solo un truffatore.” la donna disse “già, era così anche da vivo. E come hai fatto a scoprirlo?”  Il viandante rispose “dato che non potevo fare altro, ho aspettato che lui facesse qualche cosa. Ho imparato che a volte non far niente è la più grande provocazione per chi ti odia” la donna disse ” e chi ti odia se provocato si arrabbia, e chi è preso dalla rabbia sbaglia. dove lo hai imparato?” i viandante si sedette su una lapide di fronte a lei e disse “Mi hanno insegnato poche cose. Leggere, scrivere, fare di conto, pregare e qualche buon principio” la donna si lisciò il vestito e con non curanza domandò “e come mai ti aggiri nel cimitero, uomo di buoni principi? ” lui rispose “perchè devo andare dal re per ucciderlo e poi distruggere questa città. Qui i buoni principi non ci sono mai stati.” la donna lo guardò stupita, poi rise “Ma certo! Uccidere il re e distruggere la città! Sono sicura che un uomo armato solo di buoni principi lo può fare!” lui disse serio “Ridi pure. Ti avviserò prima di far crollare le mura, così ti sposterai e la polvere non sporcherà il tuo bel vestito. Ora faccio colazione e poi vado, è tardi. Se ti vuoi unire a me possiamo dividere il pasto. E’ roba da viandanti ma non ho altro da offrirti” La donna lo guardò stranamente, poi si andò a sedere su una lapide vicino a lui, ed incominciarono a mangiare. Alla fine del pasto il viandante fece per alzarsi ma lei lo fermò con un cenno. Poi iniziò a parlare ” sei stato gentile con me, e succede di rado che qualcuno lo sia, specialmente in questa città. Voglio sdebitarmi e raccontarti una storia.

Io ero qua regina dei vivi , ora sono l’ unica viva tra i morti. Sono nata in una città al di là del deserto e del mare, venni in visita con la mia corte quando ero giovane, per visitare la biblioteca, perchè la storia e le scienze erano di mio interesse. Venni in visita e non andai più via. In una pausa tra gli studi, quando mi rinfrescavo nei giardini, vidi un bel giovane. Lui vide me e fu tra noi amore da subito. Così forte era il sentimento, che mio padre dovette lasciarmi qui, perchè se mi fossi allontanata dal mio amore la lontananza mi avrebbe ucciso. Questo giovane era principe, e ora è re, giace sul letto delle stanze interne. Di lui non si vede più niente se non la mano, si intravede soltanto come si intravedono le rocce dietro una cascata.

Ho vissuto con lui molti anni senza invecchiare, perchè il nostro sentimento ci rendeva sempre giovani. Poi un giorno il mio re iniziò a sognare ed a cambiare e mi raccontava i suoi sogni, ed erano sogni di vuoto, che io non capivo. Smise di mangiare e deperì pian piano, allora consultai l’ oracolo del monastero. L’ oracolo parlò di un lungo viaggio e che il mio re sapeva già dove andare.

Il mio re mi disse “amore mio, tornerò ma non tornerò , non sarò più io e non saremo più noi, per questo aspetto e rimando, per questo il dolore mi consuma”

Gli dissi ” resisteremo, l’ amore ci ha mantenuto, l’ amore ci manterrà”. Mi lasciò con le lacrime che gli scendevano dagli occhi , andò verso il tramonto e non lo vidi per cinque anni. Allora consultai di nuovo l’ oracolo e questo mi disse che il mio re non sarebbe tornato e che quello che sarebbe tornato non sarebbe stato lui. Quando il mio re tornò veramente non era lo stesso, i suoi occhi erano assenti, aveva visto cose da non vedere. Non mi considerava più, pensava solo ad un progetto. Fece venire molti operai a scavare sotto il monastero. Trovarono infine qualcosa e fu l’ inizio della fine per la città degli splendori. Là dove trovarono fecero una stanza e nel mezzo un letto. Lui mi guardò un’ ultima volta e sorrise, disse addio e si mise sul letto. Sparì come tra gli specchi, la sua immagine si intravedeva appena. Il dolore fu immenso, i figli piansero, le figlie piansero come se fosse morto. Ma non era morto, nelle lotti di luna nuova si udiva a volte la sua voce, come fosse un eco lontano; chiedeva cose, dava istruzioni , mostrava la sua mano, verde e deformata. scelse nostro figlio più piccolo per portare la sua voce alla gente della città, non chiamò mai più il mio nome. Il dolore mi mangiava, ma l’ amore mi teneva in vita. Io studiavo e studiavo, cercavo di sapere ciò che era successo, ciò che era cambiato, ma tutto intorno gli altri parevano non aver capito, dicevano che il re era malato ma ancora governava.

Per le altre anime della città sembrava che non fosse cambiato nulla e presto iniziarono a sognare ed a cambiare. Un morbo li contagiava. Sulla loro pelle apparivano cicatrici verdi, la loro forza aumentava, ma il loro legame con la realtà svaniva. Fu allora che si formò l’ esercito ed iniziò la conquista. Rasero al suolo i boschi e li trasformarono in  deserto. Schiavizzarono villaggi e città. Furono respinti , ma comunque le loro conquiste erano tante da dominare la gran parte del mondo.

Io vedevo il problema e loro no, mi isolarono e mi scacciarono. La città è ancora viva come lo sono io, ma è la città di quelli che dormono e fanno finta di non vedere, sono rosi dalla sete di conquista. Così sono venuta qua tra i morti. Quella che prima era una città di scienza e di prosperità ora è diversa. La gente vive solo per dominare , non per apprendere, non per progredire, non per trasmettere. Niente cambia mai, i figli sono come i padri, le figlie come le madri.

Ogni uomo ed ogni donna è come in catene e non se ne rende conto; sono felici? forse lo credono. Sono accadute cose, con il tempo, cose che non sarebbero dovute accadere; nei posti di fondamento custodi sono stati apposti, che non sono uomini ne donne. Custodi duri e freddi che tengono le porte. Ora tu sei venuto e dovrai passare queste porte: mi dai una speranza seppur piccola e ti dirò quello che posso. Ci sono quattro esseri che tengono la città, quattro esseri che non sono di questo mondo. Ognuno ha la sua forza e la sua debolezza. Ti darò due doni: uno è un vino che inebria chiunque lo beva, uno un veleno che uccide chiunque lo assuma.” Tirò fuori dal vestito due piccole bottiglie e gliele porse.

In quel momento il sole si oscurò e voci disperate si levarono dalle tombe. Uccelli ed animali rimasero fermi per la paura. Il viandante vide un’ ombra sfuggente, poi si fece più chiara. Un essere alto e magro dal volto velato era tra lui e la regina. la toccò su una spalla e questa si disgregò e volò via come polvere al vento. l’ essere si mise a sedere al suo posto ed attese.

CAPITOLO 2 – UN VECCHIO FANTASMA

“Qui giace un grande re, chiamalo e risponderà”; così era scritto su una tomba alta e corrosa dal tempo. “Che strana scritta” pensò il viandante “Dalle mie parti i morti tacciono e qua invece rispondono alle domande? Meglio lasciar perdere le domande allora” e rise tra se. Prese a girare tra le tombe e ad esplorare il luogo, pensando che avrebbe potuto passare la notte lì, dato che aveva cibo per due giorni ed avrebbe voluto riposarsi del viaggio. Il cimitero era grandissimo e il suo confine era come un semicerchio con la base alle mura. A vedere le lapidi alcune tombe contenevano più di un morto, a volte intere famiglie, e vide segni e simboli di dieci o più fedi differenti. C’ erano lapidi che si appoggiavano l’ una sull’ altra sbilenche e muschiose, in alcuni punti sorgevano monumenti funebri, angeli piangenti o colonne spezzate, in altri cappelle evidentemente di famiglie notabili del luogo; in alcuni punti c’ erano basse colline fatte di pietre con statue ed alberi che vi crescevano, sembravano tumuli molto antichi. Alcune tombe avevano lapidi di pietra, altre di bronzo e c’ erano stradine ghiaiose che si torcevano su se stesse e sembravano non dirigersi in nessun luogo. Le mura della città sovrastavano tutto e il cimitero restava nella loro ombra. Corvi gracchiavano qua e là appollaiati sugli alberi ed ogni tanto si sentiva qualche furtivo strisciare di rettile. Non c’ era nessuna presenza umana. Non una vedova a salutare un marito o un vecchio a salutare parenti. Nessun rumore di passi. Il viandante si sedette su una lapide, appoggiò la spada ed iniziò a consumare il suo pasto. Il luogo non conciliava l’ appetito, ma in ogni caso un pasto da viandante non era qualche cosa di notevole per il gusto; era fatto solo per dare energia il più possibile con il minimo peso.

Finì presto e si rimise lo zaino in spalla per cercare un posto riparato dove passare la notte.

Non poteva passare la notte all’ aperto e dapprima cercò di vedere se qualche cappella era aperta , ma tutti i cancelli avevano grossi lucchetti arrugginiti che era meglio non forzare. Poi vide in lontananza un grande tumulo che aveva una bassa entrata e pareva fosse aperta. Si avvicinò e vide che la porta di pietra non era scardinata, ma solo socchiusa. Dall’ interno non proveniva nessun rumore a parte quello del soffiare del vento. Si fermò a pregare perchè doveva essere il tramonto. La luce calava e a poco a poco vide apparire tra le lapidi quei pallidi fuochi che appaiono nei cimiteri e nelle paludi. Fu come se d’ improvviso fosse calato il freddo.

Decise di entrare nel tumulo e passare vicino all’ entrata la notte, senza addentrarsi.

Quando si fu sistemato per un attimo, solo un attimo, gli sembrò di sentire una voce. Non era riuscito a distinguere le parole. Si girò verso l’ interno del tumulo e vide in fondo al corridoio come un bagliore di pallido oro. “forse” pensò “non sono l’unico vivo tra tutti questi morti. O peggio, lo sono.” Prese la sua lama e qualche cosa per far luce e si addentrò di qualche passo nel corridoio , alzò la voce e disse “c’è qualcuno?” una voce dal buio, una voce bassa e sussurrata rispose “qui da me, oro, oro! vieni! aiuto!”. Il viandante si addentrò un poco di più nel corridoio e , passato un arco, entrò in una stanza. In mezzo un sarcofago decorato d’ oro, intorno pezzi di armature ed armi accatastate, ma quando spostò la luce inorridì, perchè sul pavimento c’ erano almeno una decina di cadaveri, ormai ridotti a scheletri, con ancora i vestiti addosso. Sentì una porta che si chiudeva, si girò e capì di essere in trappola. Una voce, più profonda, più cattiva disse “sei venuto! sei venuto! ora ti attende il freddo! con me per sempre! qui per sempre con i miei tesori!” dal pavimento della stanza iniziò ad alzarsi nebbia. Prima alle caviglie, poi alla vita e infine coprì la vista. Da qualche parte qualcuno lo toccò , come un serpente che passa accanto. Poi una spinta. Poi il passare di un artiglio sul collo. E la voce “ora arriva la pietra per te e il sangue caldo per me! la paura arriva! ora sei mio!” ancora spinte, ancora artigli che strisciano. il viandante brandì la lama ma colpì solo le armature accatastate, si mosse e inciampò, cadde a terra  tra i cadaveri scheletrici . E la voce “ci siamo quasi! ci siamo quasi! resta con me! resta con me per sempre! viene la paura, viene il terrore! arriva la fine!” ancora graffi e spinte, qualche cosa che frugava addosso e la spada non coglieva nessuno. Ancora, ancora, ancora, e la voce continuava “con me! oh! con me! finalmente insieme! insieme con me per sempre! finalmente sangue caldo! il terrore arriva!”. Il viandante colpì a vuoto, e ancora, e ancora e poi si fermò ed ebbe un momento di lucidità “un nemico che non vedo e non posso colpire, ma se avesse voluto uccidermi lo avrebbe già fatto! invece mi ha solo sfiorato. Se non posso colpire , che venga lui a colpirmi se può, allora saprò di sicuro dov’è !” si fermò, la lama avanti, e attese, trattenendo la paura come fanno gli animali che sanno di essere in trappola. La voce esitò “che succede?” e ancora “che succede? niente terrore, niente paura!” il viandante sentì ancora qualche strusciamento, poi più nulla. La voce si lamentò “niente paura, niente terrore! come faccio? come faccio? i miei tesori! prenderà tutto! “. A questo punto il viandante parlò “non voglio niente di tuo, sono venuto qui solo per dormire” la voce disse “l’ ho sentito molte volte, ma erano qua per questo! tutti!” il viandante rispose “quando mi hai attirato qua stavo per dormire, neanche sapevo che avessi un tesoro. Lasciami andare e non tornerò. E poi cosa potresti fare? Se non mi hai ucciso fino ad ora certo non potrai uccidermi adesso!” la voce tirò un grido roco “non posso fare nulla!” la nebbia si diradò , il viandante trovò la porta , forzandola l’ aprì e si diresse verso l’ uscita. Durante tutto il tragitto fino all’ esterno sentì la voce che borbottava “il mio tesoro! come farò? lo portano via! come farò adesso!” sull’ uscita pensò che certe ossessioni non abbandonano le persone neanche da morte e gridò all’ interno “falla finita vecchio spettro! a che ti serve il tuo tesoro? le tombe non hanno tasche!”.

Uscì veloce e quasi ridendo per il sollievo e vide che era giorno ed una donna era seduta su una tomba poco distante, lo guardava e pareva aspettarlo.

CAPITOLO 1 – UN UOMO CHE DOVEVA MORIRE

Il sole non si era ancora levato sul deserto ed un uomo camminava di buon passo verso l’ aurora.

Era molto tempo che viaggiava e quando attraversava il deserto non camminava mai di giorno , preferiva il fresco della notte che faceva risparmiare acqua, perchè nel deserto le abitudini si capovolgono e il sole è nemico e la luna amica. Tuttavia oggi la sua meta era vicina e l’ avrebbe raggiunta poco dopo il levarsi del sole, quindi avrebbe potuto camminare brevemente di giorno senza paura di perdere troppa acqua.

Nel deserto l’ acqua era la legge, poche ore bastavano a ridurre un uomo al limite della vita se non aveva l’ elemento essenziale per quell’ ambiente.

Si era svegliato all’ ora in cui la luna fa splendere i granelli di sabbia ed aveva pregato, poi aveva spento il fuoco e si era messo in marcia.

Pensava al suo passato ed alla ragione che lo aveva spinto a quel viaggio. Molti dicono che la miglior vendetta è vivere bene, ma in realtà, lui pensava, la miglior vendetta è semplicemente la vendetta.

Quella città che era la sua meta era stata la causa della sua rovina.

Dopo i fatti della grande acqua che aveva lavato il mondo, gli uomini sopravvissuti si erano organizzati , alcuni avevano costruito villaggi grandi e piccoli ma la maggior parte si era riunita nella grande città, come animali dopo la catastrofe.

Quell’ uomo che vagava nel deserto aveva visto il suo villaggio raso al suolo ed incendiato, la sua famiglia e i suoi amici uccisi barbaramente o messi in catene. Sapeva che erano venuti dalla città e che non avevano parlato se non per urlare ordini ai loro soldati. Erano venuti in nome del re, quello che chiamavano il re del mondo. Soldati coperti da armature dorate. Lui era stato messo in catene. Lo avevano portato sulle montagne, nelle cave di pietra che servivano a costruire le grandi mura. Per anni aveva lavorato e sudato e per anni aveva visto persone inneggiare alla ribellione, che non era mai avvenuta. Gli schiavi vivevano nei loro villaggi intorno alla miniera e finchè la quota di pietra veniva rispettata non avevano problemi e potevano organizzarsi come volevano.

La quota saliva sempre e quando non veniva rispettata arrivavano i soldati dalla città per la punizione. Aveva visto alcuni schiavi, molti, chiedere appoggio per andare a perorare la loro causa al re, per dire che le quote erano alte e il lavoro inumano, per migliorare le cose.

Erano partiti, ed erano tornati quando i soldati erano arrivati per la punizione, erano diventati soldati anche loro.

Altri viaggiavano tra la città e il villaggio degli schiavi, dicendo di lavorare per migliorare la situazione, ma se la quota di pietra si abbassava, si abbassava anche il tempo in cui dovevano ottenerla e la cosa non cambiava.

Eppure questi schiavi continuavano a viaggiare tra la città e il villaggio ed erano tanto occupati che non riuscivano a lavorare in miniera.

Meno braccia voleva dire più fatica per chi rimaneva, naturalmente. Un giorno come altri giorni arrivarono i soldati e gli schiavi si ribellarono una volta per tutte. Si batterono contro i soldati con ciò che avevano ma non bastò. Per punirli in modo esemplare li appesero agli alberi per lasciarli morire tutti. Un solo soldato rimase ad aspettare che uomini, donne e bambini avessero esalato l’ ultimo respiro. Fu un primo errore. Quell’ uomo era stato legato come gli altri, ma forse non era stato legato bene o forse gli dei non volevano che morisse. le corde cedettero e l’uomo cadde dall’ albero, il soldato si avvicinò per vedere cosa fosse successo e fu il suo secondo errore. Non ebbe il tempo di farne un terzo perchè con le ultime forze l’ uomo caduto divenne carnefice, a forza di colpi riuscì a far saltare l’ elmo al soldato ed a spaccargli la testa con una pietra. Si prese i vestiti, appese il cadavere ad un albero e da allora fu viandante.

Viaggiò per anni, cercando chi lo aiutasse a vendicarsi. Molti lo segnalavano alle autorità e lui doveva fuggire, altri gli chiedevano aiuto promettendoglielo a loro volta e poi gli voltavano le spalle, altri ancora lo prendevano per matto. Infine decise di fare da solo. 

La gente ride di questi uomini che tentano da soli di compiere imprese impossibili. E’ quando riescono a compierle che diventano eroi e chi ne ha riso li eleva su un piedistallo, per lo meno finchè non cadono. l’ umanità si comporta come le bestie da branco: rispettano il più forte finchè rimane forte e lo attaccano quando non lo è più.

Il sole spandeva i primi raggi quando il viandante iniziò a vedere i primi segni di vegetazione bassa e spinosa e all’ orizzonte una sagoma scura e lontana. Non vi diede troppo peso perchè sapeva che a volte l’ aria calda fa brutti scherzi nel deserto e che certe cose non sono dove sembrano o sono più lontane di quello che sembrano. Continuò a camminare e presto vide alberelli dall’ aspetto rinsecchito e qualche rara foglia. Infine, quando il sole stava cominciando la sua corsa, la sagoma divenne quella di una città turrita, fatta di una pietra che il viandante conosceva bene.

Avvicinandosi si rese conto che non era venuto dalla parte della grande porta , che come aveva saputo era l’ unica maniera di entrare nella città, perchè davanti a lui , a ridosso delle titaniche mura, c’ erano lapidi e cappelle corrose, tumuli e steli. Era un cimitero.